L'incendio
Racconto scritto Sab, 11/06/2005 - 01:41 da Massimo BaglioneQuella montagna mi è sempre piaciuta più delle altre che le stanno vicine.
Si tengono per mano a formare un cerchio intorno a questa valle verde, tagliata in due parti uguali da un fiume silenzioso e pieno di pericoli.
Io abitavo ai piedi di quel gigante di pietra e dal mio letto lo vedevo attraverso la finestra in tutta la sua maestosità.
Se svegliandomi la mattina non vedevo la montagna, allora di certo stava piovendo e se era domenica potevo rannicchiarmi sotto le coperte e dormire fino a tardi.
Ma se era domenica e la montagna mi sorrideva, uscivo subito di casa.
Ricordo ancora il giorno che il suo bosco s'incendiò.
Ho ancora stampata nella mente la paura.
I "Bombers" (quello era il nome dei miei tre amici ed io) erano in missione esplorativa alla ricerca di un nuovo sito nel quale piazzare la loro nuova base segreta.
La nostra vecchia base non era più un segreto per i nostri nemici, era strategicamente allo scoperto nella parte bassa del bosco, fummo costretti ad abbatterla.
Ciò che salvammo fu lo spaventacchio (un teschio di cerbiatto piantato su un palo) ed una stufetta a legna dove preparavamo il nostro rancio.
Lo smantellamento durò mezza giornata, ma ormai era quasi buio e tornammo alle nostre case, stremati ed affamati.
L'indomani era domenica e c'incontrammo al rendez-vous, stabilito il giorno prima al ruscello.
Non dimenticammo nulla: corde, teli, roncole, coltelli, una sega ed una piccola accetta.
Ognuno di noi aveva il suo doppio panino, la borraccia non serviva perché lassù nasce il ruscello, limpido e freddo, e questo era un vantaggio perché voleva dire meno peso e meno ingombro nello zaino.
Eravamo determinati, c'era poco tempo e dovevamo approfittare di quella giornata di festa e di sole splendido.
Arrivammo lassù in mezz'ora, seguimmo un sentiero ormai dimenticato, poi uscimmo dal percorso tagliando il bosco in orizzontale.
Là in mezzo sarebbe nata la nostra nuova base segreta.
Sbucammo in una radura, appena più grande di una piccola stanza e ci fu la prima sorpresa.
Una vipera si stava riscaldando al sole, sull'unica miserabile pietra nuda di quell'immenso bosco!
Sembrava una bandiera, come a dire: - Qui c'ero prima io, andatevene! -
Ovviamente ignorammo quel sottile messaggio, posammo gli zaini e ragionammo.
Presi io la parola, non ero il più anziano, ma ero il più grosso: - Dunque: quella è una vipera ragazzi, la riconosco, ha gli occhi stretti. Dobbiamo ucciderla sennò ce la ritroveremo sempre tra le scatole e non mi va l'idea di posare le chiappe sopra quell'affare! -
Non ebbi alcun commento vocale, ma il triplice consenso mugugnato era più che sufficiente.
- Chi si fa volontario? - chiesi ai miei fieri e valorosi compagni.
Anche stavolta non ebbi alcun commento vocale, ma il triplice silenzio mi bastava.
Mi misi di fronte a loro e sussurrai: - Per dio, siamo Bombers o Pampers?! -
Ovviamente nessuno fiatò.
- Ho capito ci penso io, banda di cacasotto! -
Ammetto che ero terrorizzato anch'io da quell'invadente rettile, ma ormai dovevo mantenere alto il mio già basso livello di coraggio.
Mi avvicinai con un bastone, ma subito la vipera si mise in guardia.
Tornai indietro.
Pensai: - OK, uno a zero per te. -
Finalmente uno di loro prese l'iniziativa, tra di noi era conosciuto come "Sputafuoco", sia perché gli puzzava costantemente l'alito, sia perché con l'accendino era un mago.
Ci spiegò cosa voleva fare e gli demmo subito il via libera, se non altro per chiudergli in fretta la bocca.
Un'idea valeva l'altra, l'importante era riuscire nella missione.
Dallo zaino prese una boccetta d'alcool, solitamente usata per disinfettarci le ferite.
Si avvicinò ad una distanza ragionevole dalla serpe e, senza disturbarla, spruzzò tutt'intorno a lei.
Con la massima calma ripose la boccetta, estrasse un fazzoletto di carta dalla tasca, gli mise fuoco e lo lanciò in prossimità dell'erba imbevuta d'alcool.
In meno di tre secondi la vipera fu circondata dalle fiamme, si dimenava come una pazza e noi urlavamo "Vittoria! "
Ma quella maledetta serpe era dura a morire, fece un potente guizzo e si tirò fuori pericolo, scomparendo nel bosco.
Le corremmo dietro con i bastoni, con un nuovo coraggio, ma ormai era sparita, si era salvata.
- Due a zero! - pensai - Tutta fortuna. -
Cercammo di stanarla ma all'improvviso ci accorgemmo del crepitio del fuoco alle nostre spalle.
Da dentro il bosco s'intravedeva la radura in fiamme: l'erba secca dell'estate bruciava benissimo.
Ci prese il panico.
Strappammo con la forza dei rami d'abete e sbattendoli a terra cercavamo di soffocarlo, ma ormai la situazione c'era sfuggita di mano.
Non potevamo neppure tornare indietro verso valle perché il fuoco ci sbarrava la strada.
Da un lato c'era una parete verticale di roccia troppo ripida per scalarla, dall'altra c'era uno strapiombo, esageratamente profondo per affrontarlo.
Non restava che tentare di andare in su, scalare ancora la montagna, aggirare le rocce e tornare indietro dall'altra parte, ma lassù non c'eravamo mai stati, non sapevamo cosa ci fosse.
Due Bombers erano in lacrime per la disperazione, io ero paralizzato da decine di pensieri che si sovrapponevano l'uno sull'altro, indecisi sulla loro priorità.
Sputafuoco guardava il suo incendio soddisfatto e tra i tanti pensieri che mi frullavano in testa riuscii a restare sorpreso dalla sua estasi.
Ma ben presto quel pensiero tornò in coda agli altri, scelsi quello più ragionevole e dissi: - Via di qua, presto! Dobbiamo tornare giù per avvertire i pompieri! -
Ci affidammo alla sorte e andammo.
Il bosco era nuovo e sconosciuto.
Sentendo un fruscio nel sottobosco, sbattei il bastone tra le foglie e, ironia, la stessa vipera di prima scappò di nuovo.
Nessun commento a riguardo, nessuna sorpresa, solo la nuova devastante paura di restare intrappolati.
Gli abeti sembrano studiati apposta per gli incendi, sulla loro resina le fiamme attecchiscono come sulla benzina e gli abeti sono pieni zeppi di resina!
Tra noi e le fiamme c'erano non più di cento metri, ma a distanza di uno sputo da noi c'era una nuova parete di roccia.
In parole povere, eravamo in trappola.
La sensazione d'impotenza che ti assale in questi casi, ti lascia inerme e noi non potemmo fare altro che arrenderci alla superiorità di Madre Natura e all'immensità del nostro sbaglio.
Cercammo a tutti i costi una via di fuga, ma quella dannata parete sembrava una lavagna e gli unici appigli per poterla scalare cominciavano troppo in alto.
Era una formazione rocciosa molto strana per quelle zone, ma quel giorno stava benissimo lì.
Con un po' di fortuna potevamo aspettarci di trovare un facile sentiero per tornarcene a casa, oppure una difficile scalata per farci espiare le colpe dei nostri errori, ma evidentemente la punizione per noi doveva essere molto più severa.
Rassegnati, ci sedemmo su un tronco morto, caduto da chissà quanti anni.
Tutti e quattro piangevamo inermi, cos'altro potevamo fare?
Nulla!
Anche altri animali avevano il nostro stesso problema.
I più fortunati, quelli nati con le ali, semplicemente prendevano il volo e se n'andavano.
Qualcuno sarà stato costretto ad abbandonare il nido con le uova o i pulcini, ma si sa, la Natura è fatta così, si cura da sola le sue ferite.
Una lepre si precipitò tra il nostro albero morto e la parete, una volpe fece altrettanto, fingendo di non vedere la sua preda.
Ignorandosi a vicenda condividevano le nostre paure.
Scappavano tutti, anche la vipera, che però riuscì ad infilarsi in una spaccatura della roccia.
- ...e brava la vipera! - pensai, invidioso della sua agilità.
Quando ormai pensavamo di essere spacciati, sentimmo da lontano, confuso dal frastuono dell'incendio, un magnifico e rassicurante elicottero.
Era quello dei pompieri, avvertiti chissà quando da chissà chi, con il suo carico d'acqua benedetta.
Un trionfale urlo liberatorio ci squassò le gole, eravamo salvi!
Quel bestione si piazzò a piombo sul mostro di fuoco e aprì le sue viscere.
Un fiume verticale raggiunse il cuore del nemico e lo tramortì.
C'erano ancora fiamme dappertutto, ma erano deboli, il grosso del problema fu brillantemente risolto.
- E' stato facile come bere un bicchier d'acqua! - pensai sarcastico.
Ma la paura non cessava, restava il problema di tornare indietro.
- Ci avranno visti ? - dissi ai Pampers.
Nessuno rispose, due piangevano ancora e sputafuoco giocherellava con un tizzone schizzato fino a noi dalla violenza dell'impatto dell'acqua con il suolo.
Decisi di ignorarlo, ma mi promisi di parlargli seriamente una volta finito tutto.
Un altro elicottero arrivò, ma era diverso, non conteneva acqua, bensì uomini, quelli vestiti da pompieri con tanti estintori alle spalle.
Uno per volta si calavano con la fune e uno per volta, raggiunto il suolo, terminava la sua professionale battaglia contro un nemico ormai decimato.
Corremmo incontro ai nostri eroi e loro, stupiti dalla nostra presenza, rimasero a bocca aperta.
Uno di loro, il capo suppongo, chiamò qualcuno alla radio e gli spiegò la nuova situazione.
Rimase qualche tempo in ascolto mentre i suoi colleghi combattevano anche per lui, ma era solo questione di dare il colpo di grazia a qualche isolato focolare.
Alla fine, dall'elicottero, una mano faceva il classico segno di "OK" col pollice, poi la stessa mano lasciò cadere da lassù una scatola fluorescente con attaccato un piccolo paracadute.
Una volta a terra, il vigile la prese, l'aprì e ci diede sorridente una tavoletta di cioccolata a testa.
Ci disse che era il kit d'emergenza e che quel cioccolato era un concentrato di energie, utilissimo in questi casi.
Il nostro era un palese caso di emergenza, per cui accettammo di buon grado il regalo.
Riuscimmo a calmarci, i due smisero di frignare e sputafuoco assisteva alle operazioni di spegnimento, con un velo di tristezza sul volto.
Nel frattempo arrivò un altro elicottero, del tutto simile al precedente.
Il nostro amico vigile comunicò con loro, un'altra mano uscì dal portellone e di nuovo lo stesso segnale di "OK".
Non ci buttarono dell'altro cioccolato, ma cominciò a scendere una fune con attaccata un'imbracatura per il recupero delle persone.
Il vigile del fuoco ci spiegò con calma la situazione e ci disse cosa dovevamo fare.
Quando fu certo che le sue istruzioni ci fossero entrate bene in testa, ci fece salire uno per volta sull'elicottero, appesi a quella fune, ben stretti nell'imbracatura.
I due che prima piangevano erano felici e quasi si divertivano.
Quando fu il turno di sputafuoco, scoppiò a piangere.
In quegli attimi ho sperato che le sue lacrime fossero dovute alla paura del recupero piuttosto che dal completo spegnimento dell'incendio.
Quel pensiero svanì subito, era il mio turno.
Il capo dei vigili del fuoco mi legò per bene e prima di lasciarmi salire mi disse: - Bambini, ora potete tornare a casa, le vostre mamme saranno preoccupate! -




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