Nelle tasche dei miei pensieri
non trovo più parole d'amore,
le ho perdute per strada,
dissolte con l'incoerenza
col mito delle passioni adolescenti
che avevano serenamente devastato
tutti i miei sogni.
Avverto il disagio delle poesie d'amore,
di certe Silvie, Laure e Beatrici;
degli aforismi telegrafici di San Valentino,
baciati dai "baci perugina"
che incartano
e accendono il cuore...anche senza spina!
Non sopporto più i messaggi d'amore,
quelli dalle rime facili,
guarniti da pallide immagini che commuovono,
ghigliottinati
da antidiluviane sincopi
ed agguerrite apocopi:
"Ogni tua lagrima
è come rugiada
sui petali di un fior".
Cosi nei secoli dei secoli
i poeti hanno fatto fortuna,
inseguendo amori impossibili
che si struggevano alla luna.
Invece io
vivo da inguaribili decenni
la sindrome di Odipuc:
diavoletto...dal volo sgraziato e contrario,
che mi lancia i suoi anatemi sul collo,
che mi scaglia i suoi dardi scaduti
e non sfreccia una musa
a cui dedicare i miei versi...nobili decaduti.
Ho la crisi delle poesie d'amore,
di quelle che fanno girare la testa
e poi svenire signorine e signore.
Anche Dante
si è reso complice,
riservandomi un posto in prima fila
nel girone dei disamorati,
dei mezzi scrittori squinternati.
"Lasciate ogni speranza o voi ch'entrate".
Non so più scrivere poesie d'amore;
rileggo le mie storie passate,
di strofe e metafore
ne ho scarabocchiate tante;
ma rimangono ricordi
un po' stupidi ed inconcludenti,
simpaticamente ormai profani e distanti.
Vivo da inossidabili decenni
la sindrome di Odipuc:
diavoletto...dal volo arruffato e colpevole,
che sbaglia perennemente mira e bersaglio,
che mi allontana e non mi fa innamorare
e non scocca l'occasione di una musa
a cui potermi nuovamente ispirare.