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LETTERATURA
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Massacri e Culture

Hanson Victor Davis

Recensito da: Samuel
2005.02.23
Letture: 709

Il prevalere della civiltà occidentale nei confronti di ogni altra forma di cultura e di civilizzazione presente su questo pianeta è un fenomeno talmente evidente oggi da apparire quasi banale; il modo di produrre, il modo di vivere, i paradigmi di riflessione scientifici e culturali, lo stesso modo di vivere che si è irradiato dall’Europa della rivoluzione industriale sono diventati ,non solo elementi di “dominio” su società in origine differenti, ma anche modelli che nei confronti di queste stesse società esercitano forme di attrazione comportamentale pressoché irresistibili.

E’ quindi assolutamente comprensibile che la riflessione di storici, antropologi culturali e politologi si sia soffermata, in particolare in questi anni dopo che è stata spazzata via ogni pseudo teoria di supremazia etnica o razziale, sulle motivazioni che storicamente hanno determinato questo prevalere, talvolta violento, di una parte, minoritaria, del mondo su tutto il resto dell’umanità. Anche la storia militare, o per usare un termine più moderno la riflessione sui conflitti e gli eventi bellici, si è posta il problema; e, d’altra parte, non poteva essere diversamente data l’evidente funzione strumentale della potenza bellica nel determinarsi di questa condizione.

Il lavoro di Geodfrey Parker, che ha definito il concetto di rivoluzione militare nell’intrecciarsi di stato continuo di belligeranza, sviluppo economico e formazione degli stati nazionali nell’Europa dal XIV al XVII secolo rappresenta, fino a adesso, lo stato più avanzato della ricerca in questo contesto.

In questo suo libro, Massacri e cultura, (Garzanti, 37,00 €), Victor Davis Hanson tenta di percorrere una strada diversa. Partendo dalle sue competenze di storico classico, insegna letteratura dell’antica Grecia alla California State University di Fresno, l’Hanson prova a definire un quid unico presente nel pensiero strategico, ma non solo, occidentale fin dai primi secoli della sua storia. Per far questo l’autore ripercorre le vicende di nove battaglie, da Salamina nel 480 a.C. fino all’offensiva nord vietnamita del Tet, nel 1968. Secondo Victor Davis Hanson, è quella ideologia di libertà individuale, libertà di intraprendere capitalistica e diritto-dovere del cittadino di portare le armi che, semplificando, porta alla superiorità militare di un occidente “libero” nei confronti di un “ non occidente” sempre preda di una qualche forma di dispotismo.

A parere dell’autore di questo saggio lo spirito dei rematori e degli opliti ateniesi, in lotta per la difesa della patria e del modo di vivere greco contro il gigantesco impero persiano degli Achemenidi diventa il tratto d’unione di tutta la storia, militare ma non solo, occidentale fino ai giorni nostri. L’idea di libertà individuale e di certezza del diritto rafforza il complesso di motivazioni che permettono ai liberi franchi che sotto Carlo Martello respingono, nel 732, gli arabi di Abd-El-Rahaman nella piana di Poitier, e, alla fine, sono le medesime motivazioni che permettono alle poche decine di fanti gallesi chiusi nella fattoria di Rorke’s Drift di resistere alle migliaia di zulu che li assalgono nel 1878.

E’ la libertà d’impresa, quindi il sistema di produzione capitalistico che consente alla flotta della Santa Lega di mettere in mare galee e galeazze, sfornate dagli arsenali di Venezia e di Spagna, di qualità migliore e equipaggiate di cannoni più efficienti, sconfiggendo la flotta del Sultano nel golfo di Lepanto nel 1571.

E’, infine, l’idea di cittadino, e soprattutto piccolo proprietario terriero, chi rende possibile la riscossa romana dopo il disastro di Canne, nel 216 a, C. di fronte al genio militare di Annibale.

Queste poche righe fanno capire, a mio parere, come, al di là della diffidenza che è sempre bene avere di fronte a idee semplici che pretendano di spiegare tutto o quasi tutto, come l’Hanson, del quale si era molto apprezzato un precedente saggio sull’arte della guerra nella Grecia delle Polis, questa volta metta un po’ troppa carne al fuoco, finendo per non padroneggiare più la cottura delle pietanze.

Per dimostrare il proprio assioma l’autore è costretto a non poche forzature; e se è facile individuare la figura di cittadino soldato, alfiere dell’idea di libertà, nel combattente macedone che a Gaugamela, nel 331 a.C. consente ad Alesando di porre fine all’impero persiano e, indirettamente, di inaugurare la fase dell’Ellenismo, diventa onestamente difficile immaginare mossi da medesimi, o similari, sentimenti gli avventurieri che agli ordini di Hernan Cortez saccheggiano nel 1521 la capitale dell’impero azteco.

Un libro da non leggere quindi? No, o almeno non del tutto; perché paradossalmente la parte più interessante e più viva del lavoro di Victor Davis Hanson sta nelle descrizioni, viste dal punto di vista del semplice soldato di entrambi gli schieramenti, con tutte le sofferenze, gli orrori, le paure che la guerra sempre comporta.

Credo che la frase più importante del libro sia l’affermazione dell’autore di come sia dovere morale dello storico militare non nascondere il carico di disgusto insito sempre nell’uccisione, violenta e traumatica, di migliaia di giovani uomini e donne sui campi di battaglia; affinché mai un momento così orribile come la guerra e la battaglia si ammanti di descrizioni auliche o retoriche.

Un ammonimento che, in tutta modestia, chi scrive queste righe cercherà di tenere bene a mente.

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